IL "GALLICCHIESE"

IN... BASILICATA

DIZIONARIO DIALETTALE DI GALLICCHIO

a cura di Maria Grazia Balzano

 

I dialetti della Basilicata

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Nota sull’uso dei segni diacritici.

Per non disorientare il lettore, ho voluto utilizzare gli stessi segni diacritici impiegati per il dizionario nella trascrizione degli esempi in dialetto,  anche se la tecnicità dell’argomento avrebbe richiesto l’uso di alcuni segni più specifici dell’alfabeto fonetico internazionale come per esempio la k per la c velare, la j per i semivocale, ts per z affricata dentale sorda ecc..


 

Introduzione

 

 

Il  dialetto, dal verbo greco dialegomai, conversare, parlare fra due persone  è un sistema linguistico  particolare in uso in zone limitate dal punto di vista geografico. In Italia vi è una selva di dialetti per ragioni storiche e sociali,  tutti questi  dialetti sono delle varianti locali prodotte dall'evoluzione delle lingue romanze. È , quindi, opportuno,  prima di affrontare la trattazione dei dialetti lucani, fare cenno alla nascita delle lingue romanze e alle principali divisioni e caratteristiche dei dialetti italiani.

 

 Dal latino alle lingue romanze

 

E' dalla frammentazione politica, economica e linguistica del territorio europeo che nascono le premesse per la nascita delle cosiddette lingue neolatine o romanze da cui derivano alcune lingue moderne (italiano, francese, spagnolo, portoghese, rumeno). Queste lingue appartengono ad un'unica famiglia, in quanto hanno  comune derivazione dal latino, Si dicono romanze traendo spunto dall'espressione latina "romanice loqui" < parlare come i romani >.

Tra le lingue romanze nel loro duplice aspetto letterario e dialettale e la matrice latina esistono rapporti di derivazione differenziata. Lo sviluppo del latino non è stato lineare,  ma si è venuto diversificando nel corso dei secoli a seconda delle regioni e delle contigenze storiche che hanno contassegnato la storia dal Medioevo all’età moderna latino volgare, dando come ristultato una pluralità esiti.

Le lingue romanze si distribuiscono, procedendo da Ovest a Est, nei seguenti sette grandi gruppi:

 

1.      Gruppo iberico, comprendente il portoghese, lo spagnolo, o castigliano, e il catalano;

2.      Gruppo gallo-romanzo, comprendente il francese (ant. lingua d’oil) e  il provenzale (ant. lingua d’oc);

3.      Gruppo italano, comprendente il toscano e gli altri dialetti italiani;

4.      Unità sarda, con le sue varianti principali,  il logudorese-campidanese e il sassarese-gallurese

5.      Unità retoromanza, divisa in tre sezioni: occidentale,  centrale e  orientale     

6.      Antico Dalmata, ora estinto.

7.      Gruppo romeno, comprendente il daco-rumeno, il macedo-rumeno, il meglieno-rumeno e l’istro-rumeno.
 

Le lingue romanze non risalgono al latino che conosciamo attraverso le opere dei classici, ma dalla lingua corrente parlata in Italia e nelle varie province dell’Impero nei primi secoli del medioevo. Di tale lingua che si suole indicare con il nome di “latino volgare”, abbiamo solo notizie inderette ricavabili dall’analisi comparativa degli esiti romanzi e dalle testimonianze degli scrittori e dei grammatici dell’epoca antica. Nel lungo periodo che va da Augusto a Odoacre il latino parlato subisce notevoli modificazioni, molti fra gli elementi che costitituiranno i nuovi sistemi linguistici sono già nati o nascono in questi secoli.  

I princiali mutamenti che si verificano in Italia sono:

  • la caduta delle consonanti finali   t, m, s, di una grande importanza, per il valore morfologico che quelle consonanti avevano;

  • la palatizzazione per cui CE, CI, GE, GI, che in età repubblicana suonavano Ke, Ki, Ghe, Ghi, giungono alla pronuncia ancor oggi vigente;

  • l’assimilazione  di PT-PS a -tt  e di CT, CS  a -tt  e -ss;

  • la semplificazione della flessione nominale e verbale. Nella declinazione guadagnano rapidamente terreno a spese del genitivo e del dativo i costrutti con de e ad. Ille e ipse si indeboliscono nel significato, nello sforzo di tradurre  gli articoli greci nei testi sacri. Accanto alle forme normali del futuro, si affermano altre forme che esprimono più coloritamente cio che deve essere e ciò che si vuol fare.

  • la perdita della distinzione fondata sulla quantità dell’accento. Il ritmo del latino parlato in età classica si fondava sull’alternanza  tra vocali lunghe e brevi e, con ogni probabilità  quello fra i caratteri dell’accento, che aveva valore distintivo era l’altezza musicale. In questo periodo si perde la distinzione fondata  sulla quantità e l’accento diviene prevalentemente intensivo. Il riassestamento che avviene  nel sistema delle vocali porterà  allo sviluppo di  un nuovo sistema vocalico nel quale è fondamentale la qualità delle vocali aperte o chiuse. Il sistema vocalico più diffuso del mondo neolatino (penisola Iberica, Francia, nonché gran parte dell'Italia settentrionale e centrale) è il cosiddetto sistema romanzo comune  in cui :

     

            la /ă/, /ĭ/, /ŭ/,  brevi  o  /ā/, /ī/, /ū/ lunghe hanno dato luogo a: /a/, /i/, /u/

             la /ă/, /ĭ/, /ŭ/,  brevi  o  /ā/, /ī/, /ū/ lunghe hanno dato luogo a: /a/, /i/, /u/

             la /ě/ breve o la /ē/ lunga  hanno dato la /è/ aperta e la /é/ chiusa

              la /ŏ/ breve  e la /ō/ lunga  hanno dato la /ò/ aperta e la /ó/ chiusa.

Il processo di trasformazione attraverso il quale si vennero a formare dal latino le nuove lingue romanze fu un processo lento, tuttavia si giunse a un punto in cui fu necessario distinguere la lingua di partenza da quella di arrivo. La presa di coscienza di impiegare uno strumento comunicativo nuovo avviene in tempi diversi da zona a zona. In generale comunque è nel IX secolo,  tra l'800 ed il 900 d.C., che emerge la consapevolezza di utilizzare nuovi idiomi.

La prima testimonianza del nuovo fenomeno si ha nell'813 con il Concilio di Tours, al tempo del Sacro Romano Impero di Carlo Magno, quando esplicitamente si prende atto dell'esistenza di due lingue con opposte finalità comunicative:

 

 di fronte al peggioramento della preparazione culturale del clero il Concilio stabilisce che bisogna restaurare un latino corretto destinato alla comunicazione tra gli  alti ranghi della gerarchia politica e ecclesiastica;

del resto i chierici dovranno farsi capire dalle masse analfabete e dovranno quindi tradurre le loro prediche nella lingua romana rustica o nelle parlate tedesche.

 

Un altro documento che testimonia la percezione della nascita di nuovi idiomi ormai tra loro differenziati, capaci di connotare ampi gruppi etnici, è il Giuramento di Strasburgo (842 d.C.) effettuato tra i figli di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico. Nell'atto di suddividersi l'impero essi impiegarono le lingue dei due popoli che governavano (l'antico francese e l'antico tedesco ) in modo da farsi capire dal proprio esercito. Quindi il giuramento venne ripetuto da ognuno nella lingua dell'altro in modo da impegnarsi presso la controparte. Infine i due eserciti giurarono ognuno nella propria lingua.

In Italia l’uso scritto del volgare appare più tardi che in altri paesi, attorno al 960 circa d.C. I primi esempi di volgare giungono a noi di solito inseriti in più ampi testi in latino.
Gli ambiti in cui compaiono sono di due tipi: giuridico-notarile e religioso. Al primo appartengono i Placiti Campani di cui è famoso il Placito di Capua ( 960 ). In ambito religioso ricordiamo l'Iscrizione di S.Clemente ( XI sec) e la Formula di confessione umbra con latinismi alternati a rime in volgare. I Sermoni subalpini sono prediche del XII secolo che scelgono il volgare per comunicare con i fedeli ormai incapaci di comprendere il latino. Il secolo che vedrà la vera nascita della lingua e della cultura italiana in volgare è il XIII ( 1200 - 1300 ), con l'impiego via via più diffuso della nuova lingua sia nell'uso pratico sia nel mondo letterario.

 


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