Nota sull’uso dei segni diacritici.
Per non
disorientare il lettore,
ho voluto
utilizzare gli stessi segni diacritici impiegati per il dizionario
nella trascrizione degli esempi in dialetto, anche se la tecnicità
dell’argomento avrebbe richiesto l’uso di alcuni segni più specifici
dell’alfabeto fonetico internazionale come per esempio la k per
la c velare, la j per i semivocale, ts per
z affricata dentale sorda ecc.. |
Introduzione
Il dialetto, dal verbo
greco dialegomai, conversare, parlare fra due persone è un sistema
linguistico particolare in uso in zone limitate dal punto di vista geografico.
In Italia vi è una selva di dialetti per ragioni storiche e sociali, tutti
questi dialetti sono delle varianti locali prodotte dall'evoluzione
delle lingue romanze. È , quindi, opportuno, prima di affrontare la
trattazione dei dialetti lucani, fare cenno alla nascita delle lingue romanze e
alle principali divisioni e caratteristiche dei dialetti italiani.
Dal latino alle lingue
romanze
E' dalla frammentazione politica,
economica e linguistica del territorio europeo che nascono le premesse per la
nascita delle cosiddette lingue neolatine o romanze da cui derivano alcune
lingue moderne (italiano, francese, spagnolo, portoghese, rumeno). Queste
lingue appartengono ad un'unica famiglia, in quanto hanno comune derivazione
dal latino, Si dicono romanze traendo spunto dall'espressione latina
"romanice loqui" < parlare come i romani >.
Tra le lingue romanze nel loro duplice
aspetto letterario e dialettale e la matrice latina esistono rapporti di
derivazione differenziata. Lo sviluppo del latino non è stato lineare, ma si è
venuto diversificando nel corso dei secoli a seconda delle regioni e delle
contigenze storiche che hanno contassegnato la storia dal Medioevo all’età
moderna latino volgare, dando come ristultato una pluralità esiti.
Le lingue romanze si distribuiscono,
procedendo da Ovest a Est, nei seguenti sette grandi gruppi:
1.
Gruppo iberico, comprendente il portoghese, lo spagnolo, o castigliano, e
il catalano;
2.
Gruppo gallo-romanzo, comprendente il francese (ant. lingua d’oil) e
il provenzale (ant. lingua d’oc);
3.
Gruppo italano, comprendente il toscano e gli altri dialetti italiani;
4.
Unità sarda, con le sue varianti principali, il
logudorese-campidanese e il sassarese-gallurese
5. Unità retoromanza, divisa in tre sezioni: occidentale, centrale e orientale
6.
Antico Dalmata, ora estinto.
7.
Gruppo romeno, comprendente il daco-rumeno, il macedo-rumeno, il
meglieno-rumeno e l’istro-rumeno.
Le lingue romanze non risalgono al latino che
conosciamo attraverso le opere dei classici, ma dalla lingua corrente parlata in
Italia e nelle varie province dell’Impero nei primi secoli del medioevo. Di tale
lingua che si suole indicare con il nome di “latino volgare”, abbiamo solo
notizie inderette ricavabili dall’analisi comparativa degli esiti romanzi e
dalle testimonianze degli scrittori e dei grammatici dell’epoca antica. Nel
lungo periodo che va da Augusto a Odoacre il latino parlato subisce notevoli
modificazioni, molti fra gli elementi che costitituiranno i nuovi sistemi
linguistici sono già nati o nascono in questi secoli.
I princiali mutamenti che si verificano in Italia
sono:
-
la
caduta delle consonanti finali t, m, s, di una grande
importanza, per il valore morfologico che quelle consonanti avevano;
-
la
palatizzazione per cui CE, CI, GE, GI, che in età repubblicana suonavano Ke,
Ki, Ghe, Ghi, giungono alla pronuncia ancor oggi vigente;
-
l’assimilazione di PT-PS a -tt e di CT, CS a -tt e -ss;
-
la
semplificazione della flessione nominale e verbale. Nella declinazione
guadagnano rapidamente terreno a spese del genitivo e del dativo i costrutti
con de e ad. Ille e ipse si indeboliscono nel
significato, nello sforzo di tradurre gli articoli greci nei testi sacri.
Accanto alle forme normali del futuro, si affermano altre forme che
esprimono più coloritamente cio che deve essere e ciò che si vuol fare.
-
la
perdita della distinzione fondata sulla quantità dell’accento. Il ritmo del
latino parlato in età classica si fondava sull’alternanza tra vocali lunghe
e brevi e, con ogni probabilità quello fra i caratteri dell’accento, che
aveva valore distintivo era l’altezza musicale. In questo periodo si perde
la distinzione fondata sulla quantità e l’accento diviene prevalentemente
intensivo. Il riassestamento che avviene nel sistema delle vocali porterà
allo sviluppo di un nuovo sistema vocalico nel quale è fondamentale la
qualità delle vocali aperte o chiuse. Il sistema vocalico più diffuso del
mondo neolatino (penisola Iberica, Francia, nonché gran parte dell'Italia
settentrionale e centrale) è il cosiddetto sistema romanzo comune in
cui :
la /ă/, /ĭ/, /ŭ/, brevi o /ā/, /ī/, /ū/ lunghe hanno dato luogo a:
/a/, /i/, /u/
la /ă/, /ĭ/, /ŭ/, brevi o /ā/, /ī/, /ū/ lunghe hanno dato luogo a:
/a/, /i/, /u/
la /ě/ breve o la /ē/ lunga hanno dato la /è/ aperta e la /é/
chiusa
la /ŏ/ breve e la /ō/ lunga hanno dato la
/ò/ aperta e la /ó/ chiusa.
Il processo di trasformazione
attraverso il quale si vennero a formare dal latino le nuove lingue
romanze fu un processo lento, tuttavia si giunse a un punto in cui
fu necessario distinguere la lingua di partenza da quella di arrivo.
La presa di coscienza di impiegare uno strumento comunicativo nuovo
avviene in tempi diversi da zona a zona. In generale comunque è nel
IX secolo, tra l'800 ed il 900 d.C., che emerge la consapevolezza
di utilizzare nuovi idiomi.
La prima testimonianza del nuovo fenomeno si ha
nell'813 con il Concilio di Tours, al
tempo del Sacro Romano Impero di Carlo Magno, quando esplicitamente si prende
atto dell'esistenza di due lingue con opposte finalità comunicative:
di fronte al
peggioramento della preparazione culturale del clero il Concilio stabilisce che
bisogna restaurare un latino corretto destinato alla comunicazione tra gli alti
ranghi della gerarchia politica e ecclesiastica;
del resto i chierici
dovranno farsi capire dalle masse analfabete e dovranno quindi tradurre
le loro prediche nella lingua romana rustica o nelle parlate tedesche.
Un altro documento che testimonia la percezione
della nascita di nuovi idiomi ormai tra loro differenziati, capaci di connotare
ampi gruppi etnici, è il Giuramento di
Strasburgo (842 d.C.) effettuato tra i figli di Carlo Magno, Carlo il
Calvo e Ludovico il Germanico. Nell'atto di suddividersi l'impero essi
impiegarono le lingue dei due popoli che governavano (l'antico francese e
l'antico tedesco ) in modo da farsi capire dal proprio esercito. Quindi il
giuramento venne ripetuto da ognuno nella lingua dell'altro in modo da
impegnarsi presso la controparte. Infine i due eserciti giurarono ognuno nella
propria lingua.
In Italia l’uso scritto del volgare appare più
tardi che in altri paesi, attorno al 960 circa d.C. I primi esempi di volgare
giungono a noi di solito inseriti in più ampi testi in latino.
Gli ambiti in cui compaiono sono di due tipi: giuridico-notarile e religioso. Al
primo appartengono i Placiti Campani di cui è famoso il Placito di
Capua ( 960 ). In ambito religioso ricordiamo l'Iscrizione di S.Clemente
( XI sec) e la Formula di confessione umbra con latinismi alternati a
rime in volgare. I Sermoni subalpini sono prediche del XII secolo che
scelgono il volgare per comunicare con i fedeli ormai incapaci di comprendere il
latino. Il secolo che vedrà la vera nascita della lingua e della cultura
italiana in volgare è il XIII ( 1200 - 1300 ), con l'impiego via via più diffuso
della nuova lingua sia nell'uso pratico sia nel mondo letterario.
