IL "GALLICCHIESE"

IN... BASILICATA

DIZIONARIO DIALETTALE DI GALLICCHIO

a cura di Maria Grazia Balzano

 

Il dialetto gallicchiese

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Schizzo geo-storico di Gallicchio


Gallicchio, piccolo comune della provincia di Potenza, si trova nella media valle dell’Agri, nella zona centro meridionale della Basilicata, a circa 82 km dal capoluogo di provincia. Il paese, che si estende su una dorsale rocciosa, abbracciata da due fossati che si incrociano ai piedi del vecchio borgo,  è a 731 mt sul livello del mare e conta, allo stato attuale, una popolazione di 928 abitanti. Il suo territorio, prevalentemente collinare, ha una superficie di kmq 23,48 e confina a sud con i Comuni di Roccanova, San Martino d’Agri e San chirico Raparo, a Nord con il Comune di Guardia Perticara, a est con il Comune di Missanello e a ovest il Comune di  Armento. La SS 598, fondo valle dell’ Agri , sul cui tratto occidentale s’innesta una diramazione verso Potenza, congiunge il paese con le coste ioniche del Metapontino, a est, e con l’autostrada SA-RC, ad ovest. Altra stada di rilevanza è la SS 92 che partendo da Potenza raggiunge Terranova del Pollino, attraversando il territorio di  vari comuni dell’entroterra tra i quali Gallicchio.

Secondo la tradizione la nascita dell'attuale paese è legata alla distruzione di una Gallicchio Vecchia di fondazione preromana, distrutta forse dai Saraceni (cfr.  Contributo alla storia di Gallicchio: Gallicchio Vetere della sezione  Un paese da scoprire). La campagna di scavi archeologici condotta nei mesi di luglio e settembre 1987 nell'area denominata appunto Gallicchio Vetere hanno portato alla luce i muri di alcune abitazioni, numerosi frammenti di tegole, vasi, pesi da telaio, ceramica acroma e da fuoco, anfore, frammenti di ceramica apula a figure rosse, piattelli e coppette di ceramica a vernice nera, databili dalla fine del IV a tutto il III secolo a.C, che hanno fatto pensare alla presenza di un insediamento indigeno del popolo dei Lucani, che, come altri centri abitati delle vallate dell'Agri e del Sinni fra IV e III secolo a.C, si andava organizzando in strutture abitative di modello greco, stimolato dalla presenza delle colonie della Magna Grecia, soprattutto di Taranto e Heraclea. A partire dalla seconda meta del IV secolo, con le prime spedizioni, volute da Taranto, dei condottieri stranieri e culminate poi nella battaglia di Heraclea del 280 a.C., l'area della media Val d’Agri inizia a gravitare verso il mondo greco dell'arco ionico. Anche la circolazione monetale sembra riflettere tale situazione. In un tesoretto 13 monete d’argento (databili al 290-280 a.C) rinvenuto a Gallicchio Vetere nel febbraio del 1968, predominano le emissioni di Taranto e Turi. A differenza dei grandi abitati fortificati dell'Agri e del Sinni, come San Brancato, che decadono e scompaiono durante la conquista della Magna Grecia da parte di Roma, Gallicchio offre tracce di una persistenza dell'insediamento anche in età romana almeno fino alla prima metà del I sec. d.C.

Notizie storicamente certe sull’esistenza dell’attuale borgo si hanno invece dopo all'anno 1000. Nel 1060 la Bolla di Godano, Arcivescovo di Acerenza, con la quale vengono concessi al nuovo vescovo di Tricarico, Arnaldo, tutte le Cappelle, Monasteri  e chiese esistenti sul territorio diocesano, annovera tra i 12 monasteri concessi un “Monasterum Gallicclum”, di probabile origine basiliana come i vicini monasteri di Missanello e di Armento che furono fondati tra  il 717 e l'800, quando molti monaci basiliani fuggirono dalla Sicilia per non sottomettersi agli iconoclasti e si insediarono nella zona centro-meridionale della Basilicata.

Nel 1123, nella Bolla inviata da Benevento da papa Callisto III al vescovo  di Tricarico, Gallicchio figura non più come monastero ma come semplice parrocchia, così come nella Bolla di Papa Lucio III del 1183.

Durante il regno di RuggeroII d’Altavilla (1101-1154), primo re normanno della Sicilia, nel CATALOGUS BARONUM,  Gallicchio viene incluso tra i feudi dipendenti nel 1167 dalla Curia Regis della Contea di Tricarico come infeudato e concesso ad Alessandro, fratello di Guglielmo signore di Missanello. Il capostipite della famiglia Messanello,  Osmondo era stato creato, circa un secolo prima, da Roberto il Guiscardo feudatario di Missanello (da cui prese il nome) col titolo di cavaliere, con la servitù in caso di necessità di fornire un cavaliere completo di cavallo e uno scudiero.

Nel 1143  il geografo musulmano, Al Edrisi (1100-1165), autore  del "Libro di Ruggero" ovvero  "Kitab 'l Ruggeri , una sorta di enciclopedia geografica del tempo, descrivendo un tracciato che collegava alcuni pesi della Basilicata scrive: “(…) Da Sant'Arcangelo a Roccanova SEI MIGLIA, a CENISE (Senise), verso destra DODICI, passando il fiume Agri, da Sant'Arcangelo al munitissimo Castel Missanello SEI MIGLIA, per GABLICHIO DUE MIGLIA, per San Martino d'AGRI,SEI MIGLIA (…)”

Oltre a quello di Alessandro, non si conosce il nome di nessun altro feudatario di  Gallicchio fino al 1400 circa, quando Giacomo Messanello,  succedendo al padre Niccolò, signore di Missanello, aggiunse al suo dominio  le terre di Gallicchio e di Castiglione. Il figlio di Giacomo, Ruggiero lasciò quale unica erede Masella che sposò il patrizio napoletano Antonello Gattola.  Alla morte di Antonello, Masella Messanello si risposò con Troiano Pappacoda che successe alla moglie nel governo dei feudi per un breve periodo. Infatti intorno all'inizio del XVI secolo divenne signora di Missanello, Gallicchio e Castiglione Francesca Gattola, figlia di Masella Messanello e Antonello Gattola, che andò in sposa a Filippo Coppola, membro di un antica e potente famiglia napoletana. Da questo matrimonio nacque Decio I Coppola,  che nel 1530 ottenne la restituzione dei  possedimenti che gli erano stati confiscati  per un' accusa di tradimento, pagando la somma di 800 ducati al colonello Tamis Balescalon.

La famiglia Coppola segnò la storia dei feudi di Gallicchio, Missanello e Castiglione per circa un secolo e mezzo. Nel 1591 Decio II, figlio di Giovan Giacomo I Coppola (+ 12-9-1572),  che era succeduto a Decio I nel 1562,  acquistò per la somma di ottomila ducati castigliani il titolo di Marchese di Missanello cercando così  di  risollevare il prestigio della sua famiglia, che dopo essere stata ricchissima e potentissima  nel secolo XV,  era  caduta in disgrazia a causa  delle  compromissioni politiche dei suoi membri. La scalata nobiliare dei Coppola fu completata dal nipote di Decio II, Don Giovan Giacomo III (*1603 + ante 1656)  che era  figlio di Giovan Giacomo II (+ 8-6-1603)  e che con diploma del 30-1-1623 ottenne il titolo di Principe di Gallicchio. Il principe Giovan Giacomo III fece costruire il  Palazzo detto oggi Baronale  e spostò la sua residenza da Missanello a Gallicchio.

I Coppola furono feudatari di Gallicchio sicuramente fino al  1665  anno in cui,  Andrea Coppola, 3° principe di Gallicchio, 5° marchese di Missanello e signore di Castiglione, esssendo succeduto al fratello Antonio morto molto giovane, fece testamento in favore  della  zia  Beatrice Carafa De Lannoy, principessa di Noia (l'attuale Noepoli), con l’obbligo per i successori d’inquartare l’arma dei Coppola ( d'azzurro alla coppa d'oro sostenuta da due leoni)

 

Nel 1679 Donna Beatrice Carafa, che non fece uso dei titoli di Marchesa e Principessa,  lasciò in eredità i tre feudi al figlio  Giovan Battista Pignatelli, avuto dal terzo marito Giulio I Pignatelli, 2° Principe di Noia. Per i debiti contratti negli anni precedenti dai Coppola e non onorati dal Barone Pignatelli, le terre di Gallcchio, Missanello e Castiglione furono vendute all'asta nel 1699 e acquistate da Elisabetta Van den Einden  Piccolomini, moglie di Don Carlo Carafa, 3° Principe di Belvedere, 6° Marchese di Anzi, e dai figli minori Francesco Maria e Ferdinando Carafa, che le governarono fino al 1736,  quando furono  vendute ad un nuovo padrone proveniente da Monopoli, il Barone Cesare Lentini  La baronia dei Lentini cessò nel 1806 con l'avvento della dominazione Napoleonica e la promulgazione delle leggi contro la feudalità: nel 1811, in una sentenza della Commissione feudale,  Giuseppe  Lentini, ultimo feudatario di Gallicchio venne definito per la prima volta ex barone .

Diventato Comune tra il 1807 e il 1808, Gallicchio partecipò ai moti antiborbonici e a quelli risorgimentali. Conobbe il brigantaggio filoborbonico e, nei decenni successivi all'Unità, la triste piaga della mancanza di lavoro e dell'emigrazione verso le Americhe e l’Australia, prima, e verso il Nord Italia, poi. All’emigrazione degli operai si è aggiunta negli anni quella delle persone istruite, che insieme al bassissimo tasso di natalità in confronto al tasso medio-alto di mortalità, ha contribuito negli ultimi decenni a un continuo e inesorabile calo della popolazione: in meno di trent’anni si è passati 1.130 abitanti del censimento del 1991 agli attuali 928 abitanti, con un indice di vecchiaia molto alto.

 

Distribuzione della popolazione di Gallicchio per età nel 2007

 

(Per una trattazione più appprofondita delle vicende storiche di Gallicchio e per l’etimologia del nome rimandiamo alla voce  Storia  della sezione  Un paese da scoprire, in preparazione)


Bibiogafia:

Corchia Rosanna 1990, "Gallicchio (PZ): un insediamento indigeno nell'alta Val d'Agri. Notizia preliminare" Studi di Antichità 6: 147-149

Robertella P. Tito , Robertella Rocco,1989, Nuove Luci Lucane, Parte I, Avellino.

Sanchirico Mario, 2009, Gallicchio. Società e vita politico-amministrativa (dalle origini all'Unità), Potenza.

Volpe Luigi 2005, Gallicchio in cartolina, Avellino.